Ginecologia
Tecniche di fecondazione assistita | Tecniche di fecondazione assistita |
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La
procreazione medico-assistita è datata 1978, anno in cui Louise
Brown vide la luce. Louise, prima bambina al mondo nata tramite
fecondazione in vitro, accese la speranza nel cuore di tante coppie
infertili per le quali le terapie tradizionali non erano state
sufficienti a consentire una gravidanza. Da allora la procedura
medica è rimasta pressoché invariata, benché migliorata per gli
sviluppi tecnologici e l'utilizzo di nuovi farmaci meno aggressivi, e
viene praticata con le stesse modalità in tutto il mondo. A seconda
del tipo di infertilità da trattare, quindi del problema riscontrato
all'interno della coppia dopo un accurato iter diagnostico, si
utilizza il procedimento che meglio si adatta alle necessità degli
aspiranti genitori. "Le
tecniche di fecondazione assistita si distinguono in tecniche di I e
di
II
livello", spiega
la dottoressa Stefania Piloni (nella foto), specialista in ginecologia ed esperta
in fertilità di coppia (ed esperta di www.intima-mente.com).
"Quelle di I livello sono poco invasive, soprattutto sotto
l'aspetto psicologico, dato che la fecondazione non avviene in
provetta ma direttamente nell'utero, contrariamente invece a quanto
accade in quelle di II livello che richiedono interventi di maggiore
importanza sotto tutti gli aspetti.Le tecniche di I livello prevedono innanzitutto un monitoraggio ecografico o anche ormonale dell'ovulazione. Si interviene infatti nel momento in cui il follicolo è maturo per l'espulsione della cellula uovo. Si procede quindi all'inseminazione: il seme maschile, dopo averne accertato le caratteristiche minime di fertilità, viene deposto direttamente nell'utero. Esistono tre tipi di inseminazione di I livello: intracervicale, che prevede l'introduzione del seme, non trattato, nel collo uterino; intraperitoneale, in cui l'iniezione del seme precedentemente trattato in laboratorio per separare gli spermatozoi dal plasma seminale (test di capacitazione) viene effettuata in cavità peritoneale mediante puntura della mucosa vaginale; intrauterina (IUI), ossia un'iniezione del seme, ‘lavato', in cavità uterina a livello delle tube sotto controllo ecografico a circa 36 ore dall'ovulazione". Questa ultima tecnica, innovativa, registra una percentuale di successi piuttosto elevata, circa il 25% per ogni tentativo, ed è utilizzata soprattutto in casi di sterilità inspiegata. Naturalmente, le tube devono essere pervie e non vi devono essere problemi di fertilità maschile. In tutte e tre queste tecniche si favorisce l'incontro tra oocita e spermatozoo nella maniera più naturale possibile. Queste sono tecniche non invasive che vengono eseguite in ambulatorio e senza anestesia e sono utilizzate anche in presenza di infertilità legata a problemi ovulatori: in tal caso è necessario procedere all'induzione farmacologia dell'ovulazione per poter disporre di più cellule uovo da fecondare e contemporaneamente controllare il momento dell'ovulazione per aumentare le possibilità di riuscita della fecondazione. Tuttavia un 10-20% delle pazienti sottoposte a un'induzione dell'ovulazione con farmaci non risponde nel modo desiderato, ossia non si riesce a ottenere una crescita follicolare adeguata per numero e dimensioni. In altre pazienti la risposta può invece essere eccessiva: in tal caso si parla di sindrome da iperstimolazione, che si presenta con crescita di numerosi follicoli, aumento di volume delle ovaie, sintomi quali distensione addominale e nausea. In una percentuale molto bassa della sindrome (0,9%) si rende necessario il ricovero ospedaliero che si risolve in terapia farmacologia per ripristinare i corretti valori ematici. In tutti questi casi la stimolazione può essere poi ripetuta variando i farmaci e le modalità di somministrazione. "Le tecniche di II livello sono essenzialmente due: la FIVET e la ICSI - continua la dottoressa Piloni - In entrambi i casi si tratta di fecondazione che avviene in provetta e la scelta della metodica è legata alle cause dell'infertilità: la FIVET trova applicazione in caso di danno tubarico irreversibile, endometriosi non altrimenti risolvibile, sterilità idiopatica, fallimento delle tecniche di I livello; la ICSI viene invece solitamente applicata nei casi di grave sterilità maschile e di fallimento della FIVET. Alcune variabili possono incidere sul risultato positivo dell'inseminazione: età della paziente (dopo i 40 anni la percentuale di gravidanze si riduce del 30-40% e aumenta il rischio di aborto fino al 50%), la presenza di patologie uterine gravi, la necessità che almeno un ovaio sia funzionante e risponda allo stimolo ormonale e infine una valutazione accurata della situazione seminale del partner". |
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